Le socie della cooperativa Les Tesserand Valgrisence

La piccola grande storia delle tessitrici di Valgrisenche

  • Manuela Zadro
  • Storie di oggi

In Valgrisenche si terrà il primo Festival della Lana (14-15 settembre). Non sarà un festival qualsiasi: il comune valdostano è conosciuto come «il paese del tessitori» almeno dal ‘700.

In quell’epoca i telai iniziarono a tessere una lunga tradizione che poi ha attraversato tre secoli con alti e bassi, tra periodi di gloria e altrettanti di crisi. La tessitura dei Drap è considerata l’anima del paese. Oggi sono quattro donne a tenerla in vita: Luana Usel, Emy Maguet e Renza Perron sono le tre socie della cooperativa Les Tisserands, alle quali si aggiunge Aloyan Aslik, la sarta che realizza capi su misura. Insieme producono e vendono cappotti, giacche, accessori, coperte. La particolarità è il Drap, il tessuto tipico, ideale per gli inverni rigidi della montagna, fatto con lane da tosa delle pecore Rosset, la razza autoctona di montagna che oggi è in via di recupero (circa duemila i capi in purezza censiti). Sono piccoli numeri, ma sono sempre le piccole storie che raccontano le grandi storie.

Valgrisenche si trova a 1600 metri di altezza e domina la valle omonima. Gli abitanti sono un gruppo di anime, circa 190. «Non è facile capire cosa significa vivere qui  - spiega Luana - Siamo le custodi della cultura materiale e immateriale del territorio. Ogni volta che vendiamo un prodotto vogliamo che si sappia qualcosa della Valgrisenche e della sua storia».
I Drap di Valgrisenche hanno rappresentato questa comunità per secoli. Tutti erano tessitori: il telaio era nella stalla, il luogo più caldo della casa, la madre girava l’arcolaio e il padre tesseva. Per i bambini erano gesti familiari. Il sabato, i Drap venivano portati a valle a dorso dei muli e venduti. Lo strappo con la tradizione è avvenuto con la Seconda Guerra mondiale quando il paese fu quasi spopolato. Il colpo di grazia lo dette poi la costruzione della diga di Beauregard nel 1950-52. Altro che bellosguardo: il lago artificiale sommerse sette villaggi, i suoi abitanti furono fatti evacuare. Fu come se anche i telai fossero spazzati via dall’acqua. Non solo: l’ultimo tisserand della valle, Jospeh Julien Frassy, era da poco scomparso.
«La tradizione della Valgrisenche si stava perdendo. Fu grazie all’intervento dell’amministrazione di allora se si è riallacciato il filo - racconta Luana - Il figlio dell’ultimo tisserand, Jean Sulpice Frassy, ha iniziato tenere dei corsi di tessitura gratuiti aperti a tutta la popolazione. Questo ha  permesso, più tardi, di fondare la cooperativa, nel ’69, con lo scopo di vendere i prodotti della nostra valle. Vi lavoravano un quindicina di tessitori. Tra alti e bassi è andata avanti, a volte con buoni risultati a volte forse con una scarsa capacità imprenditoriale. Negli anni Novanta c’è stato forte ricambio generazionale: i tessitori sono andati in pensione. Mia madre è entrata nel ’99. Da circa dieci anni la cooperativa è diventata femminile. Adesso siamo quattro: tre socie e una sarta -  dice Luana - ma quando abbiamo potuto prendere uno stagista lo abbiamo voluto maschio…» aggiunge ridendo. Il loro paziente lavoro di ricucitura con la tradizione prevede anche dei corsi nelle scuole elementari, e un forte legame con il territorio: «Abbiamo un rapporto diretto con gli allevatori valdostani. Paghiamo loro la tosa e paghiamo la lana un po’ di più rispetto agli altri, perchè vogliamo nobilitare la materia prima e di conseguenza dare più valore al nostro lavoro».

L’intuizione delle tessitrici della Valgrisenche è stata uscire dell’isolamento della valle. «E’ stata Anna Kauber, la regista di ‘In questo mondo’, a indicarci la via: ‘Ci sono realtà simili alle vostre - ci ha detto - , mettetevi in rete e fate progetti comuni’». Le Tisserands si sono così gemellate con Lamon e Corniglio, gli altri due presìdi di razze ovine a rischio estinzione: la Lamon e la Cornigliese. Inoltre hanno aderito a A.t.e.l.i.e.r, la grande rete transeuropea che riunisce trecento associazioni dai Pirenei alla Grecia: tessitori, allevatori, tintori, guidati dalla francese Marie-Thérèse Chaupin. E adesso, per i 50 anni della cooperativa, ecco il primo Festival della Lana: si chiama Mo’delaine ed è un altro segno di apertura verso il mondo.  «Non volevamo fare una cosa a porte chiuse ma, appunto, un evento culturale di confronto e di scambio tra esperti, appassionati e artigiani provenienti da varie regioni italiane» spiega Luana. «Vogliamo tenere viva la memoria, ma anche dare voce a grandi esperti del settore, uno su tutti  Nigel Thompson. Grazie a loro mostreremo in maniera originale le fasi della trasformazione della lana, dalla tosatura al capo d'abbigliamento. Parleremo anche del progetto europeo GreenWoolf, per ora sperimentale, che trasforma la lana di scarto in fertilizzante. Può essere di grande aiuto agli allevatori che oggi si vedono costretti a buttare via la lana dopo la tosa». Ci sarà anche Anna Kauber, la studiosa di cultura del paesaggio che con il suo film ‘In questo mondo’, è diventata un punto di riferimento delle custodi della terra. Alla proiezione parteciperanno anche due pastore protagoniste del documentario. Mo'delaine è organizzato nell'ambito del progetto ExplorLab finanziato dal programma Alcotra 2014-2020. 

 

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