Angela Giordano, maestra tessitrice, nell'aula didattica del Museo dell'Arte della Lana a Stia (Arezzo)

Dall'Argentina a Stia su un filo di lana

  • Manuela Zadro
  • Storie di oggi

Angela Giordano è maestra tessitrice. Tesse e trama da 45 anni. Per lei vale il detto: nella vita niente succede per caso. Altrimenti perchè dall’Argentina, dove è nata, ha scelto di vivere e insegnare proprio a Stia, dove ancora si sente l’eco dei telai dell’antico Lanificio?

Stia è stata per più di un secolo la culla dell’arte della lana. Qui, nel bel Museo nato dentro il Lanificio storico, tra vecchi macchinari e bellissime foto d’epoca, Angela insegna tessitura ma anche ricamo, cucito creativo e macramè. Ha un’aula didattica molto creativa e un laboratorio zeppo di tutto: un tesoro fatto di rocche, arazzi, telai, aguglieria, e poi misteriose scatole: cosa ci sarà dentro? «Io non butto via niente» asserisce Angela, che è travolgente come un fiume in piena.

Il suo ultimo progetto appena realizzato dopo anni di caparbio lavoro si chiama «Sul filo della lana». Angela è riuscita a recuperare la lana autoctona del Casentino, cosa straordinaria dal momento che da anni non viene più usata. Anzi, viene proprio buttata. Anche il celebre Panno del Casentino non si fa più con la lana del posto. Ci sono voluti quattro anni per realizzare il progetto: grazie anche al sostegno del direttore del Museo dell’Arte della Lana, Andrea Gori, e del responsabile della rete dell'Ecomuseo del Casentino, Andrea Rossi, ha stretto un patto con gli allevatori locali e ha recuperato 900 chili di lana sucida. Con quello che è rimasto dopo la lavatura, ha realizzato nei suoi laboratori trapunte, sculture in feltro, arazzi, tessuti e giochi per bambini, che hanno dato vita a una mostra. E così il cerchio si è chiuso.

«Qui in zona si alleva la pecora sarda e appenninica per il latte e per la carne ma la sua lana non è buona per essere filata - racconta Angela - E gli allevatori devono anche pagare lo smaltimento del vello dopo le tosature». Da qui l’idea del recupero grazie a uno scambio. Tu mi regali la lana così non devi smaltirla.

«Per caso Silvia, la figlia del mio meccanico, si sposa con un allevatore dell’azienda Il Fosso da cui compro il pecorino - racconta Angela - Lei vuole rifare la trapunta. ‘Mi dai una mano?’ mi chiede. Così abbiamo cardato la sua lana e con un tessuto nuovo l’abbiamo rifatta». E così nasce l’idea. Vengono coinvolti oltre all’azienza Il Fosso anche altri allevatori: Casa Pallino, Rigoletto e La Chiusa, aziende agricole di Pratovecchio e Stia. E l’antico Lanificio, che dopo una lunga agonia ha chiuso i battenti negli anni Ottanta per ospitare nel 2010 il Museo, riapre così le porte alla lana.

Ma cosa te ne fai di 900 chili di lana sucida? «A Biella avevo conosciuto Nigel Thompson», l’uomo simbolo del consorzio The Wool Company che raccoglie la lana autoctona sucida proveniente da tutta Europa.«Così l’ho affidata a lui, che mi ha anche rimproverato perchè era molto sporca - ride ancora Angela - Nigel Thompson è solito rilasciare una pagella. Diciamo che il voto era cattivo…». Di chili alla fine ne sono rimasti 500. «La prossima volta pulisco la stalla» gli ha promesso. Perchè Angela sta già lavorando a una prossima volta: «Con le tosature di quest’anno penso di arrivare a 2000 chili…».

Angela, 70 anni, ama davvero quello che fa. «Lo dico sempre, non mi dovete avvicinare perchè sono infettiva, attacco la tessitura anche ai più scettici!». Da 45 anni tesse e trama. Angela, a quante persone hai insegnato a tessere? «Ma secondo te…», ride. Con lei non c’è mai un confine tra insegnare e imparare: «Ho insegnato alle donne, agli uomini, ai disabili, agli anziani, ai migranti. Ho insegnato nelle comunità ghandiane del sud dell’India e nei campi profughi del Saharawi. Ho studiato l’arte della tessitura precolombiana a Buenos Aires dagli indio, ho assorbito il loro sapere». E poi ancora, il Musée de l’Homme a Parigi, la Fondazione Lisio sede dell’antica Arte della Seta a Firenze. Inoltre la puoi trovare a Feltrosa, la manifestazione dedicata alla lavorazione del feltro.

Angela è nata in Argentina perchè i suoi genitori - padre di origini italiane nato a Tunisi e madre di origini pugliesi - erano scappati dall’Italia dopo la guerra. Lei, suo fratello gemello e sua sorella sono stati cresciuti con l’idea che prima o poi sarebbero tornati. «Mia madre ci faceva parlare spagnolo e italiano, era sicura che il nostro paese sarebbe stato l’Italia». A costo di partire e lasciare laggiù il marito. «Erano gli anni dei desaparecido, anni difficili per noi adolescenti». Così a 14 anni Angela è a Milano. «E siccome erano tempi di magra, mi presento da Fiorucci a fare la commessa». Qui incontra Gioia Falck che le insegna il ricamo a piccolo punto. «E’ lei che mi ha passato il filo della mia vita». Angela dipana il filo che le offre Gioia. A Firenze con il laboratorio Punti e Licci lavorano insieme per l’alta moda, e ormai la strada delle arti tessili è imboccata. Anche il legame con la Toscana si stringe. Tra le creazioni di cui va più orgogliosa c’è il Palio realizzato per la giostra di Prato assieme a Dona Chowan e Dorina Scava, un arazzo di 3 metri di altezza su un dipinto di Alfio Rapisardi.

Oggi Angela è l’anima del Laboratorio Tramandiamo del Museo di Stia. Ha una grande responsabilità: tenere alto il testimone.«Sono l’ultima tessitrice che lavora la tessitura a mano nel vecchio Lanificio» dice.

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