Uno strumento di laboratorio con il colore blu estratto dal guado, accanto Valentina Ferrarini, scienziata del colore naturale nel suo laboratorio

Addio pentolone, i colori naturali sono scienza

  • Manuela Zadro
  • Storie di oggi

Dici tintura naturale e ti immagini il pentolone di casa che bolle con le bucce di cipolla. Il fascino del fai-da-te. Poi però c’è anche chi ha un approccio diverso. Come Valentina Ferrarini, la scienziata dei colori naturali.

Allora proviamo a immaginare un altro mondo. Quello del rosso della robbia, il colore di cui si è sempre vestito il potere. Oppure del rosso carminio prodotto con la cocciniglia, un insetto, scoperto dagli Atzechi e su cui la Spagna fondò la sua fortuna economica… E ancora: l’arancione del cosmos, il viola dell’alcea, il giallo dell’iperico, il blu magico della persicaria giapponese. Ecco, è su queste piante tintorie che Valentina Ferrarini ha dedicato dieci anni di studi. Dopo la laurea in Biotecnologie, indirizzo vegetale, un dottorato, molto laboratorio anche per aziende private, ha trasformato la passione per le piante tintorie in una professione. Ha approfondito il tema a Milano e in Provenza, ha aperto il suo laboratorio artigianale a Rivalta sul Mincio (Mantova), che si chiama Officina del colore naturale e nel quale tinge lane doc (Brogna, Cornigliese, Shetland, merino delle Falkland), e poi anche sete, cachemire, alpaca. Come lo ha impostato lei, è stato un lavoro da pioniera: studio, ricerca sul campo, applicazione pratica. Altro che pentolone.

«La difficoltà della tintura naturale è che non c’è un approccio standard, non esiste una letteratura accademica. Io vengo dalla facoltà di Agraria, e nessuno di noi ha mai studiato le piante tintorie su libri scientifici» racconta Valentina. «Per superare questa lacuna ho cominciato a raccogliere le ricette dai libri del ‘700 e dell’800. Ma erano piene di cose tipo ‘aspettare la luna piena’, oppure ‘prendere dieci conchiglie’… eccetera. Ho dovuto tradurre tutto nel linguaggio scientifico dei giorni nostri».

Problema numero due: procurarsi le piante tintorie. «Il primo passo è stato capire quali sono, perchè o non ci sono più o sono nascoste, magari crescono come erbacce ai bordi delle strade mescolate a tante altre. Le piante tintorie sono rare e non ne abbiamo mantenuto la traccia». Valentina ha quindi deciso di andarsele a cercare. «Ho impostato tutte le mie vacanze sulla ricerca dei semi di piante di cui avevo cercato i disegni. Sono stata in Provenza, in Germania, e siccome il blu è di origine normanna ho detto, andiamo a cercarlo in Inghilterra. Col disegnino in mano sono entrata anche nei giardini degli altri… E così, senza accorgermene, mi sono trovata immersa in questo mondo dei semi». Il passo successivo quindi è stato piantare le «sue» piante tintorie. Valentina ha un orto, «incasinato come me: è un orto sinergico, dove le piante si aiutano a vicenda, convivono con le erbe sponanee. In questa maniera sono riuscita a tenere in vita piante anche in condizioni difficili. Poi ho iniziato a seccare i semi. Ora ho una collezione che uso per la mia produzione, che è molto limitata».

Valentina ha una produzione limitata perchè estrarre i colori dalle piante tintorie richiede tempo, e costa. Cosa che mal si concilia con le esigenze industriali. «Non esistono macchinari industriali per la colorazione naturale. Sono stata consulente di aziende ma nessuno mi lasciava lavorare in tintoria per settare le macchine. E’ un approccio totalmente diverso. D’altra parte, se un gomitolo viene venduto in merceria a 5 euro, significa che a loro è costato 50 centesimi… Io non posso stare in questi costi. Molti preferiscono continuare a produrre a prezzi irrisori materiali fatti con il petrolio». Ma qualcuno ha capito che il «naturale», oltre ad avere fascino, ha anche un mercato. Ed è il settore del lusso. Ora Valentina va a tingere all’estero dove «lavorano per i grandi marchi della moda: filati ma anche tessuti e complementi d’arredo. Mi chiamano per sviluppare il processo della tintura naturale, mi permettono di adattare i macchinari e soprattutto sono disposti a mettere in coda la lavorazione industriale, se è necessario» racconta Valentina, entusiasta per l’accoglienza ricevuta fuori dall’Italia.

Se ognuno ha la sua sfida, per Valentina Ferrarini questa sfida è il colore blu. «Per secoli il blu è stato associato alla magia, le donne che lo facevano venivano associate alle streghe e bruciate al rogo. Il processo veniva tenuto segreto e fatto di nascosto nei boschi». Motivi più pratici suggeriscono oggi di creare il blu in un laboratorio anzichè in una cucina. E di farlo fare a mani esperte. «La sua lavorazione spaventa molte persone che tingono per hobby - spiega - Serve una grande quantità di foglie che devono essere macerate in un ambiente adatto perchè puzzano. E soprattutto, a differenza delle altre piante tintorie, il blu non si può estrarre, ma occorre una reazione chimica: una ossido riduzione per la quale bisogna manipolare con attenzione soda caustica o calce». Una bazzecola, per una scienziata.

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