Silvia Bonomi, allevatrice di pecore razza Sopravissana, con un agnellino in braccio

Silvia, il sisma e la Sopravissana

  • Manuela Zadro
  • Storie di oggi

Questa è la storia di Silvia Bonomi, 33 anni, allevatrice che sta recuperando la razza quasi estinta della pecora Sopravissana. E che ora vuole produrre la sua prima lana in purezza.

Silvia è una donna che ha dovuto lottare contro il destino. Ne ha passate tante ma non si scoraggia facilmente. Viene descritta come «anima di leonessa». La sua Azienda Agricola La Sopravissana dei Sibillini, a Visso, nel maceratese e nel cuore del Parco Naturale, è uscita letteralmente a pezzi dal terremoto del centro Italia di tre anni fa: sono andate distrutte prima la casa di famiglia, poi la stalla. Ma l’attività ha resistito, e continua a resistere ancora nonostante la lentezza della ricostruzione del dopo sisma, che sta stremando gli allevatori della zona. In particolare chi, come lei, lavora con razze autoctone che non potrebbero essere allevate altrove. Silvia e il suo compagno Riccardo infatti stanno recuperando una razza quasi scomparsa, tipica del territorio di Ussita (il comune direttamente sopra Visso, da cui Sopra-vissana). «Solo dopo dieci anni di lavoro sto cominciando ora a vedere i primi risultati: quando ho iniziato, nel dna delle mie prime pecore c’era solo il 13 per cento di Sopravissana, il resto era un miscuglio di merinizzata italiana, spagnola, tedesca, Gentile di Puglia e tanto altro. Oggi sono al 95-97 per cento» ci spiega Silvia.

Tutta la sua storia ruota attorno a una fotografia che risale al 1939: quella che ritrare il nonno allevatore con il suo gregge di Sopravissane, la razza che a quei tempi era ancora diffusa nel centro Italia. «Dopo quegli anni però - racconta Silvia - è andata inesorabilmente scomparendo. A me non era mai venuto in mente di allevare pecore. Il mio ragazzo lavorava con i bovini, io semmai pensavo ai cavalli e ai cani. Una mattina mi sveglio e dico: ‘Siamo qui, nelle terre delle pecore che allevava il nonno…’ . Erano gli anni in cui tutti dicevano: ‘La lana non vale più nulla’, e poi altri che rincaravano: ‘Se la razza si è estinta ci sarà un perchè…’. E io rispondevo: ‘Non sempre l’uomo fa cose intelligenti’». Silvia e il suo compagno Riccardo oggi allevano circa 120 esemplari certificati di Sopravissane: «Tanti dicono di allevare questa razza… Ma reali, certificati, saranno circa 1800 capi in tutto il territorio tra Umbria, Marche e Lazio» ci dice. Sono piccoli numeri, parliamo di una razza classificata come rara. Silvia vuole contribuire a farla rinascere. Non a caso nella sua azienda, ci spiega, gli animali non vengono macellati, nonostante la carne sia molto apprezzata e abbia «un bassissimo contenuto di colesterolo», e dal latte vengano prodotti formaggi Dop. Silvia invece ha scelto di vendere le sue pecore a chi vuole far rivivere la razza, soprattutto ai giovani che vogliono seguire la sua stessa strada. L’ultimo investimento in azienda di cui ci parla con orgoglio è un ariete frutto di una selezione storica della zona.

Ora però c’è il progetto lana, che per Silvia è anche una battaglia contro un mercato di sfruttamento dei prodotti locali che sta cominciando a manifestarsi: «Sulla lana autoctona qui c’è una grande nebulosa, circolano personaggi poco chiari - denuncia Silvia - C’è chi viene dal nord Italia con i camion e pretende di pagartela 10 euro. E questa è una cosa che va denunciata. Oppure ci sono lanifici che la mescolano, o addirittura devi pagare per avere la lana in purezza! In dieci anni non siamo mai riusciti a trovare un canale che ci convinceva. Così adesso è nato il progetto di fare lavorare la lana a un lanificio della zona di Montefortino, di cui mi fido e che sarà operativo in autunno, per produrre lana Sopravissana al cento per cento. La fibra di questa razza è meravigliosa ed ha un micron molto fine. La chiamano il cachemire italiano. Vogliamo partire a ottobre con la raccolta della tosatura di quest’anno. Per noi è un grande passo».

Dopo le enormi difficoltà che Silvia e il suo compagno hanno attraversato, la sfida della lana pura Sopravissana assomiglia a una rivincita. Hanno dovuto fare i conti con il sisma, e ne sono usciti segnati. Ma anche più forti. Per mesi, dopo le prime scosse dell’agosto 2016, hanno vissuto in un container per non stare lontani dai loro animali, che però hanno dovuto affrontare l’inverno praticamente all’aperto. E sui Monti Sibillini l’inverno è duro. Poi hanno accettato un Modulo Abitativo Provvisorio, cioè le casette alimentate con generatori di corrente elettrica: «Ma tra la neve e i rami crollati sui cavi siamo rimasti senza elettricità anche per giorni, rischiando l’ipotermia» racconta Silvia. Un incubo. Poi finalmente una schiarita: quando sono riusciti, dopo mesi di lentezze burocratiche, a dare alle loro pecore una nuova stalla costruita grazie alla campagna di crowdfunding «Alleva la speranza» lanciata da Legambiente e Enel. La loro pagina Facebook vale una visita: le belle foto delle pecore, del paesaggio della Valnerina e dei meravigliosi cani pastori abruzzesi «grazie ai quali abbiamo superato il conflitto con i lupi» sono accompagnate da citazioni di scrittori, poeti e maestri. Una per tutte: «Io credo nel popolo italiano, è un popolo generoso, laborioso, non chiede che lavoro, una casa, e di poter curare la salute dei suoi cari. Non chiede quindi il paradiso in terra. Chiede quello che dovrebbe avere ogni popolo», Sandro Pertini.

(in alto Silvia Bonomi nella foto di Lorenzo Pallini)

Silvia Bonomi, razza ovina Sopravissana, Azienda Agricola La Sopravissana dei Sibillini, Parco Naturale dei Monti Sibillini, terremoto centro Italia 2016