la allevatrice di pecore Brogna mostra un cappello di lana fatto a mano

Una Brogna, due Brogna, tre Brogna...

  • Manuela Zadro
  • Storie di oggi

Si potrebbero contare ad una ad una, come si fa prima di addormentarsi. Le pecore Brogna sono così poche…

Non si arriva a 2500 capi in tutto l’altopiano della Lessinia, la zona della provincia di Verona di cui sono originarie. Si tratta quasi di numeri per amatori. Salvarle dall’estinzione è la missione di un gruppo di allevatori e allevatrici della zona. «Come ho iniziato? Non saprei, so che mi ci sono trovata dentro fino al collo» racconta Cristina Ferrarini, vice presidente dell’Associazione per la promozione e la tutela della pecora Brogna che raccoglie circa 15 allevatori e circa 2000 capi. L'Associazione (qui su facebook) è in pratica l’unico ente custode di questa razza che ha vissuto la sua epoca di gloria nel medioevo quando con la sua lana si facevano i panni degli Scaligeri.

La storia di Cristina nasce quasi per caso, come tutte le storie. « Nel 2009 ho lasciato l’Alto Adige e sono venuta a vivere in Lessinia. La Brogna non sapevo neanche che esistesse - racconta - Però ho cominciato a ragionare sulla fibra, ho cominciato ad appassionarmi di filatura e tintura naturale. E’ stato un cammino, e io questo cammino l’ho iniziato da artigiana, non da allevatrice» spiega. «Abbiamo preso i primi tre alpaca, poi tre pecore Brogna e così mi sono trovata in questo doppio ruolo di artigiana e di allevatrice». Poi l’allevamento si è ingrandito e si è allargata anche l’attività della azienda che si chiama Lana al Pascolo. Oggi Cristina è molto conosciuta nella zona, promuove la conoscenza della filatura e della tintura naturale, oltre a questo è una «custode» della pecora Brogna. La sua Lana al Pascolo è considerata una preziosità tra le knitter italiane che prediligono le lane autoctone. Cristina le tinge con noce di mallo, cocciniglia, robbia, iperico e castagno: «Ho un progetto particolare, essere artigiana e allevatrice insieme. E’ un binomio dall’equilibrio difficile, ma necessario: per capire le problematiche dell’artigiano devi essere allevatrice, il distacco tra queste due figure non fa bene: per essere artigiana voglio anche avere gli animali».

Per l’Associazione, Cristina si occupa della raccolta della lana da tutti gli allevatori iscritti, quindi del lavaggio, della filatura, della tintura e di tutta la filiera. «Per noi vendere la lana e i suoi manufatti è anche una forma di autofinanziamento» dice. Nel tempo sono arrivati il feltro e i nuovi prodotti come le calze e la maglieria a mano o realizzati in collaborazione con un maglificio sempre della Lessinia. «E’ una crescita continua, non seguo un programma definito» continua Cristina che ora ha in progetto di ristrutturare una vecchia casa a Molina di Fumane, che è anche la terra della Valpolicella, all’interno del Parco delle Cascate. «Lì voglio fare il mio laboratorio per la tintura e e la mia bottega della lana» dice.

Se è vero che non si vive di sola Brogna, è proprio questo aspetto che rende l’attività di Cristina e dell’Associazione una sorta di avventura non solo imprenditoriale ma anche con una spinta ideale. «Tra i nostri allevatori ce n’è uno solo che ha circa 700 capi. Poi c’è un gruppo che si move sui 150, ma i due terzi degli iscritti hanno greggi più piccole: tra i 20 e 50 capi». La tipologia classica è quella di allevatori che hanno anche altre attività. «E’ una realtà che sta cercando di emergere certamente, però non è ancora autosufficiente» spiega Cristina che assieme alla sua famiglia alleva anche alpaca. «Se dovessi basare le mie entrate solo sulla lana direi ‘Cristina chiudi tutto e va via’. L’allevamento ha un valore economico se puoi vivere con certi numeri. Un allevatore con 40-50 capi non campa, ma dietro questi allevamenti ci sono famiglie, altre attività legate alle aziende familiari, ci si aiuta. Insomma non si può parlare di allevamento a sè stante ma come integrazione del reddito».

Cos’ha la Brogna di così particolare? «E’ una pecora rustica e non ha una specializzazione produttiva, tipo carne o latte. Questo è un vantaggio e uno svantaggio insieme. E’ piccola, non fa tanta carne e tanto latte ma la sua lana ha valore. Un allevatore non può pensare di allevare solo per la lana ma tutte le produzioni si integrano - spiega - La lana della Brogna non è un’extra fine, la sua struttura è sui 28 micron, però ha corpo, nervo e abbiamo cercato di adattare la produzione di filati ai prodotti a cui sono destinati: abbiamo puntato sulla produzione per aguglieria, sia maglia ai ferri che uncinetto, e dopo una piccola analisi di mercato abbiamo cercato di produrre filati con queste caratteristiche, sottili o più grossi, pettinati o stoppini semipettinati…». Le due tipologie si chiamano Romeo e Giulietta. Siamo pur sempre nella zona di Verona.

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