Un vecchio telaio meccanico del Lanificio di Stia conservato nel Museo dell'Arte della Lana

Lo senti il rumore dei vecchi telai?

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Clara è entrata nel Lanificio a 14 anni, ci è rimasta 44 anni. D’inverno, quando faceva il turno delle cinque, veniva giù a piedi da Porciano, nella neve.

Corrado ricorda che in qualche famiglia c’erano anche cinque o sei persone che lavoravano ai telai, e in casa non si parlava ovviamente d’altro: per questo, dice, c’era il benessere a Stia. Gabriele dice che a Natale sotto la gestione Lombard arrivava il taglio per il cappotto per tutti, dai dipendenti ai fornitori ai contadini. In tempo di guerra invece i telai non staccavano mai, nemmeno di notte, per tessere le stoffe di lana destinate alle divise dei soldati: qui si lavoravano i panni color verde militare e color aviazione, che lasciava le mani tinte di blu, dice Maria Grazia…

I ricordi di chi ha lavorato al Lanificio di Stia fanno trapelare la fatica ma anche l'orgoglio. Il Lanificio era per il Casentino come la Fiat per Torino, ovviamente in scala molto ridotta, ma davvero tutto ha ruotato attorno a lui per circa un secolo. La lana marcava tutto il territorio. Oggi a Stia molte case della Società Operaia sono ancora abitate. E soprattutto, il ricordo del Lanificio viene tenuto vivo dal Museo dell’Arte della Lana di Stia, che merita una visita perchè racconta di un passato non del tutto sepolto, quando i telai davano lavoro a centinaia di uomini e donne della zona. Il Lanificio ha rappresentato una pagina importante della rivoluzione industriale italiana. Ad esempio fu il primo a importare dall’estero i macchinari che ancora oggi sono visibili nel Museo, e la sua concezione era di racchiudere in un unico stabilimento tutte le lavorazioni della lana. Nel suo periodo d’oro, fu il forniture ufficiale di Casa Savoia. Ed è naturalmente qui, assieme al Lanificio di Sco, che si è prodotto il famoso Panno del Casentino.

Tra i vecchi di telai di Stia - foto di Maurizio Izzo 

Una volta fermate le macchine dopo il fallimento del 1985, l’edificio è rimasto abbandonato, mangiato dai rovi, un esempio di archeologia industriale di difficile recupero. E invece, fortunatamente, è tornato a vivere grazie al Museo che è stato realizzato proprio all’interno dei suoi enormi e bellissimi spazi. Il lavoro di recupero, avvenuto sotto la tutela della soprintendenza, ha lasciato quasi inalterati gli stanzoni con i pilastri in ghisa, le grandi vetrate, le volte in mattoni e le turbine sul piazzale esterno. Nel 2010 è stato così inaugurato il Museo, che oggi è diretto da Andrea Gori. Nella parte restaurata del Lanificio sono conservati i grandi macchinari industriali, ma anche bellissimi telai ottocenteschi in legno, regalati dalle suore Camaldolesi. Oltre alla sezione didattica e sensoriale, nella quale si possono riconoscere al tatto i vari tipi di tessuti dalla lana alla seta alla canapa e al lino, si possono frequentare dei laboratori creativi. E per chi è alla ricerca delle tracce del passato, ci sono le foto che testimoniano la vita operaia all’interno dello stabilimento. Nella grande sala dei macchinari c’è un pulsante rosso. Se si preme, si aziona la riproduzione acustica del rumore assordante dei telai in movimento. E’ emozionante.

Lanificio di Stia, Museo dell'Arte e della Lana Stia, Casentino, Panno del Casentino