Quanta storia in un Gansey

Quanta storia in un Gansey

  • Manuela Zadro
  • Storie di ieri

Ogni knitter prima o poi incontra sulla sua strada un Gansey. E non sa se fuggire a gambe levate o buttarsi nell’avventura più affascinante e presuntuosa di tutta la sua produzione a maglia.

Il Gansey (o Guernsey) è il maglione più bello, più povero, più tragico, più difficile che si possa incontrare non solo per la tecnica con cui è realizzato, ma soprattutto per quello che rappresenta. Era la 'divisa d’ordinanza' dei marinai britannici del mare del Nord tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. In un recente e affollato workshop a Firenze, Donna Lynne Galletta, knitter italoamericana tra le più esperte, ha insegnato alcune delle caratteristiche della lavorazione del Gansey: ad esempio il tassello inserito nel sotto ascella che permette movimenti più liberi, gli spacchetti laterali sovrammessi perchè siano più resistenti, le spalle lavorate «a sella».

D’altra parte le caratteristiche del maglione rispondevano ai bisogni della vita di mare: le maniche non arrivavano oltre il polso perchè non dovevano inzupparsi nell’acqua, lo stesso maglione era corto e aderente perchè non si appesantisse ed era accollato per non far passare il vento. Sul davanti c’era un riquadrino con inserite le iniziali di chi lo avrebbe indossato (o anche un cuore se a farlo era la fidanzata del destinatario), e i motivi sul petto erano uguali a quelli sulla schiena in modo che il maglione, quando era troppo usurato, potesse essere 'rovesciato'. Ma erano soprattutto gli schemi - trecce, colonne, losanghe - a raccontare la comunità e questo tesoro di informazioni era custodito nelle mani delle donne che sferruzzavano il Gansey: ogni famiglia ne aveva di propri e riconoscibili e servivano a identificare il proprietario del maglione nelle case dove c’erano molti uomini. Ma serviva anche, in caso di tragedia in mare, a rivelare l'identità di un cadavere resituito dalla marea. Per questo chi si avvicina oggi al Gansey, e magari lo vuole realizzare, deve saper leggere quel carico di storia e che porta inevitabilmente con sè. Ne sa qualcosa Sarah Lake, 'marinaia' super specializzata nelle eco crociere del National Geographic: dopo gli studi di antropologia e archeologia, appassionata di lana, a poco più di vent’anni ha iniziato il suo primo Gansey. Poi, ha raccontato in un'intervista, lo ha usato nel suo lavoro in mare tanto che il polsino è stato rifatto svariate volte, per non parlare poi del gomito.

Ma l’eredità più grande che quel maglione ha lasciato a Sarah è stata la realizzazione di un sogno: è riuscita a creare una propria produzione di filato che lei stessa tinge con colori naturali, la Upton Yarns, adatto alle caratteristiche richieste dal Gansey. Come Sarah Lake tanti altri sono rimasti «vittime» della sirena del Gansey. Ad esempio Gordon Reid e sua moglie Margaret, autori di un blog interamente dedicato al maglione dei pescatori: «Non mi sono mai laureato in Gansey perchè una vita non è sufficiente a esplorare tutta la diversità dei modelli che esitono nelle coste della Scozia e nelle isole britanniche» scrive Gordon nell’introduzione. Il blog raccoglie una quantità di informazioni nella quale davvero ci si perde fino a dimenticare ferri e gomitoli. Oggi esistono modelli più 'light' del Gansey orginale, interpretato da designer che strizzano l’occhio alla moda, soprattutto nelle versioni femminili.

(nella foto: "For Those in Peril on the Sea"cc-by-sa/2.0 - © JThomas - geograph.org.uk/p/4886340 La statua è situata sul porto di Bridlington nello Yorkshire e raffigura la moglie di un pescatore che lavora a maglia un Gansey. 

Gansey, Guernsey, knitting