post su Instagram di denuncia contro il razzismo nella comunità knitting

E tu knitter, sei razzista?

Atto primo: «The knitting community is raciste». Esplosa così, tra calzette e sciarpine, la foto su Instagram ha scosso qualche mese fa la comunità internazionale dei knitter. Cosa c’entra il razzismo con la maglia ai ferri? C’entra.

Il grido di dolore dei knitter Bipoc (Black and Indigenous People of Color) è riuscito ad aprire una breccia sulla disparità di trattamento dei «non bianchi» in un mondo che viene percepito e raccontato sempre e solo come «bianco», con la prevalenza di donne anglosassoni, benestanti, cattoliche e over cinquanta. Quel post-denuncia causò un discreto terremoto. E se in Italia il dibattito è praticamente inesistente, nel resto del mondo continua ancora.

Atto secondo, un'altra foto-denuncia: «Knitters naming the elephant in the room changed things». Ovvero - letteralmente - le knitter che danno un nome all’elefante nella stanza cambiano le cose. Dove l’elefante nella stanza è, secondo un modo di dire anglosassone, la classica trave nell’occhio che nessuno vuole vedere. La foto in questione, che da Instagram sta dilagando in questi giorni nei social, ritrae l'opera dell’artista Leah Saulnier @thepaintingmaniac. La ribellione Bipoc non è insomma un fuoco fatuo. Tanto che ora rischia di spaccare in due la comunità del knitting. Inclusione, diversità, razzismo sono le parole d’ordine di un vero e proprio movimento che attraversa i continenti. Sotto accusa i designer, i media che divulgano i modelli, le aziende che producono i filati, non ultimo il colosso Ravelry, la piattaforma da 8 milioni di utenti che raccoglie la più grande comunità knit e crochet del mondo. Sono accusati di ignorare, non rappresentare e non includere il mondo Bipoc.

Tra le ultime animatrici della battaglia per i diritti ci sono donne che hanno tenuto alto il dibattito sui social in maniera anche poco incline ai compromessi. Ecco qualche esempio di una rete molto ampia: è stata Lorna Hamilton-Brown, americana dell’East Sussex, knitter molto attiva sul fronte della diversità (suo il delizioso video su knitting e depressione "Knitting the Blues") tra le prime a diffondere in questi giorni il messaggio dell’elefante nella stanza. Un’altra è Sukrita Mahon, una giovanissima filatrice e tessitrice di Sidney innamorata della Fiber Art, che da mesi punta il dito sui costi sempre più esclusivi dei filati di qualità «che solo le donne bianche si possono permettere». E ancora: Ocean, artista a tutto tondo che vive a Londra, poeta, fotografa, studiosa di piante con cui tinge i filati; o Grace Anna Farrow, stimata designer di Filadelphia che ora vive nel New Mexico; o Korina Yoo, di origine filippina e studi in sociolinguistica, tra le prime a ribellarsi alla narrazione bianca del knitting. Il suo blog The color mustard dà voce al dissenso e ospita anche una dettagliata sezione di FAQ indirizzate ai bianchi: cosa fare per essere inclusivi davvero e non soltanto a parole. Ad esempio, offrire opportunità di lavoro, dare visibilità ai modelli dei Bipoc, indirizzare e cliccare sui loro profili in modo che l’algoritmo dei social non li penalizzi. L’industria del knitting farebbe bene ad ascoltarli: la creatività non può che essere inclusiva, il mondo della lana non può che essere colored.

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